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Fou

Dicono di...

Recensioni


ROCKIT

Credo di non aver mai ascoltato un disco che parli così tanto di Milano, da farne quasi un concept-album. C'è Ticinese, il quartiere Isola, Abbiategrasso e poi i famigerati aperitivi e tutto il resto, dagli intellettuali agli impiegati a quelli che semplicemente aspettano dentro un Feltrinelli Store. Faccio per infastidirmi di tutto questo milanocentrismo, dicendomi che ne abbiamo forse abbastanza e se n'è parlato in tutti i modi, specialmente da quando i
Baustelle hanno definitivamente sdoganato le parole "kebab" e "cinesi" nelle canzoni pop.Ma decido di aspettare. Ripenso ai Baustelle, ascolto un altro po' e mi accorgo di come effettivamente i Fou siano il centro di un'immaginaria figura che unisce in un sol colpo Baustelle, Scisma e probabilmente Bluvertigo; conosco più di una persona che al solo pronunciare questi tre nomi uniti sbaverebbe senza ritegno, ma mi riservo di osservare una curiosa originalità che nonostante tutto esce tipo acqua dallo scolapasta da questo disco di Fou. Un'originalità segnata dall'incedere mai deciso delle ritmiche, da ritornelli che restano dischiusi a riccio e che per penetrarli ci vuole sforzo, da melodie sfuggenti e dalla voce femminile acutissima e sottile che si mescola a quella maschile in un bouquet quantomeno insolito. Tutte cose da perderci la testa o da odiare, a scelta.Se c'è una cosa che però colpisce di "Procurarsi Guanxi", oltre l'esotismo del titolo, é la spiccata capacità narrativa e assieme analitica che sguscia fuori dai testi, pieni fino a scoppiare di un immaginario che bene o male é Popolare e appartiene a tutti noi, dalle nostre abitudini materialiste raccontate con sentimentalismo (= poesia?), al feticismo dei particolari, dal nostro rapporto emozionale con la tecnologia all'irrimediabile insicurezza e instabilità degli anni zero (poteva forse mancare?). Un qualcosa che ti colpisce e lascia un retrogusto amaro in bocca, un bel segno sulla pelle e qualche frase da canticchiare ancora e ancora. Insomma un debutto, quello dei Fou, che forse non convince totalmente ma di certo traccia un interessante percorso, tra Ticinese e i Navigli, tra i cinesi e i kebab, tra quello che ci lasciamo indietro e quello che ancora non vediamo davanti.


ROCKLAB – DAVIDE CEDOLIN

La cosa più difficile da realizzare e meglio riuscita: i Fou con 'Procurarsi Guanxi' sono stati in grado di smuovere le letture del pop italico sbilenco contemporaneo da un campo di definizione troppo spesso autocelebrativo e leggero, verso qualcosa di corporeo, di fisico e di, perchè no, ricercato. La cosa meno difficile forse da realizzare ma peggio riuscita: i testi dei Fou, non hanno il ritornello che chiunque canterebbe sotto la doccia, non tirano in ballo regimi pop-pornocrati, nè tanto meno scomodano il Pasolini di turno. Questi, dopo vari ascolti del disco, e un paio di loro live ai quali ho presenziato, sono gli elementi che maggiormente mi hanno portato a ragionare su questo gruppo in termini di giudizio. Il discorso è: cosa può essere pop e cosa no? Se per pop si intende una manciata di singoli che possa farti compagnia fino alla next sensation, ok i Fou non sono pop, e se nei loro obiettivi vi fosse stato quello, sentenzierei un fallimento di intenti inappellabile. Invece se si vuole considerare la ricerca della melodia e l'elaborazione di scrittura come elementi primari e non prescindibili per la costruzione di un album pop, allora bingo. E' questo il concetto di fondo che può far innamorare di questo disco. Le forze reali presenti al suo interno sono le strutture, fondate su schemi che tendono a sfuggire da clichè di genere, sequenze chitarristiche figlie di un certo indie rock '90 (Pavement), infiltrazioni elettroniche e di synth che lambiscono l'elettro-pop, sezione ritmica solida e testi meta/concettuali ma al contempo naif e autoironici che riescono a descrivere le varie sfaccettature della Milano, non solo da bere, in modo intelligente e non scontato.Il cantato di Tony T e Dj Donut ha respiro comune, un incastro tonale ed espressivo raro. C'è chi tira a mezzo i Baustelle non come termine di paragone, ma come gruppo al quale i Fou mirerebbero, secondo me no. No per i seguenti motivi. 1) Le ambizioni pop dei Fou sono formali semmai, all'interno delle quali però vivono ruvidezze che di popular hanno ben poco. 2) Le scelte di produzione ad opera del gruppo stesso, non sono assolutamente patinate, ogni suono si sente come è giusto che si debba, ma si è mirato ad un risultato finale che ha portato la band a non cadere in compromessi facili, e non ha lesinato a dare volume a chitarre e batterie a scapito delle voci in certuni frangenti. 3) I testi per quanto siano comunque inquadrabili in una coscenza pop, hanno obliquità che trascendono da retoriche da ritornello bello e pronto. I Fou possono a buon ragione essere considerati come una band di tutto rispetto in un ambito trasversale, cangiante e genuino.



MUSICBOOM – STEFANO BATOLOTTA
A volte il nonsense può avere più senso rispetto a ciò che è sempre facile da spiegare. A volte esprimersi senza che il rispetto di regole della metrica e anche della lingua italiana può essere più efficace che farlo in modo formalmente impeccabile. Prendiamo il verso che ho scelto per intitolare la recensione: dubito che la parola “fintezza” compaia su un qualunque dizionario della nostra lingua, ma è evidente a tutti il significato che la band intende dare a questo eventuale neologismo. Il porlo poi accanto ad un aggettivo di uso quotidiano tutt’altro che frequente dà l’idea di come uno dei punti di forza di questo esordio siano i contrasti, teoricamente inconciliabili ma in realtà vero motore della forza espressiva di questa band milanese.
Contrasti che riguardano, oltre ai testi, anche, se non soprattutto, la parte musicale. Si può parlare per queste canzoni di un impianto chitarristico piuttosto vicino a quello dei Pixies e di un cantato a metà tra Battiato ed i Baustelle. Come può essere il risultato di due impostazioni così diverse? Dipende, in questo caso è senz’altro pregevole, ma non perché si possa parlare di opposti che si attraggono o concetti simili, ma perché sono bravi i Fou a trovare la giusta chiave per mettere insieme elementi agli antipodi tra loro.Questa chiave è il dinamismo molto spinto nell’andamento delle canzoni, con il ritmo, i giri di chitarra ed il ruolo delle due voci, maschile e femminile, che sono sempre diversi non sono tra un brano e l’altro, ma anche all’interno di ognuno di essi, e le melodie che non hanno tutta questa varietà di sviluppo, ma che anch’esse non restano statiche; il tutto senza dare l’impressione di alcuna complessità, ma al contrario tutte le canzoni scorrono in modo molto fluido e appaiono figlie di musicisti che si sono semplicemente lasciati andare, suonandopensieri.I contrasti che invece animano i testi riguardano passaggi dal significato chiaro ed efficace incastonati in un contesto, come detto, di nonsense. Iniziare un album dicendo che “a venti anni di età ho scoperto che due rette parallele sisempre in un punto all’infinito, o era il vino che ci incrociava gli occhi?” è senz’altro un ottimo modo per attirare subito l’attenzione di chi ascolta; poi però le frasi di così immediata fruibilità sono quasi delle oasi, perché la maggior parte dei testi sono di più difficile accesso, per le parole e anche perché spesso il volume della voce è intenzionalmente coperto da quello degli strumenti ed è complicato proprio capire cosa stiano dicendo i due cantanti.Anche qui, però, c’è molto fascino senza nemmeno l’ombra di pretenziosità: non è necessario trovare una spiegazione razionale verso per verso, perché la forza di questo surrealismo visionario basta già da sola a coinvolgere dall’inizio alla fine del disco. Personalmente, comunque, mi piace cogliere la voglia di spiegare quanto possa risultare difficile essere sé stessi in una città come Milano, nella quale cose come ammazzarsi di kebab, correre ad Abbiategrassoriparare la propria Mivar, trovare innaturale che la gente sia così restia ad aprirsi con gli altri, non considerare i cinesi come dei nemici a prescindere, rappresentano eccezioni in un ambito dominato, appunto, dalla fintezza ontologica.
Forse il messaggio che il gruppo vuole lanciare è proprio questo, oppure io non ho capito niente da questo punto di vista, o infine potrebbe esserci l’intento di lasciare ad ogni ascoltatore la propria interpretazione personale. Ciò che conta è che questo disco non lascia affatto indifferenti ed ha tutte le carte in regola per entrare nell’immaginario e nell’anima di molti appassionati.



LOSTHIGHTWAYS – KATIA ARDUINI

I Fou nascono nel settembre 2004 nei sobborghi di Milano, ma è nell’autunno del 2005 che si crea la formazione attuale. Esordiscono con l’EP
lnostricostosiobbifeticisti e nell’autunno del 2008 pubblicano l’album Procurarsi Guanxi, quasi un concept su Milano e tutte le sue sfumature a tempo di indie rock. C’è l’università con i suoi “troppi lati oscuri” (Estinzione di un magnete), il “superloft in Garibaldi” e il “kebab nel quartiere Isola pagato con i Ticket Restaurant” (Ultimo Kebab (Nel Quartiere Isola)), la periferia dove portare a riparare la povera Mivar, i quartieri cinesi dove tutto è lecito al fine di “procurarsi guanxi“, termine cinese che significa clientela,(Mandarini). Interessante l’uso del cut-up nei testi (Editing), che risultano colti, curati, pieni di citazioni e spunti interessanti, ma anche ironici. La musica dei Fou sta a metà tra il pop, l’indie-rock e l’elettro-pop a colpi di synth, chitarra, batteria, ma anche megafono. Si passa dall’accattivante e rockeggiante Estinzione di un magnete alla più introspettiva e melodica Edmundo (con la partecipazione di Daniele Carretti degli Offlanga Disco Pax al piano), il tutto in un perfetto dualismo tra una voce maschile ed una femminile.Probabilmente alcuni brani portano un po’ troppo alla mente sonorità già conosciute (primi fra tutti i Baustelle), ma i Fou sono sicuramente un gruppo da tener d’occhio. Da ascoltare attentamente.



AUDIODROME – GIAMPAOLO CRISTOFORO
Il debutto dei Fou vede chitarre in twang e basso caldo, in bilico perenne tra geometrica wave e dispiegata potenza di fuoco, melodie ispirate e l’ombra salvifica degli Scisma o dei Maisie, ma non c’è bisogno di scomodare altri gruppi con paragoni per dimostrarne il valore.
Sarcasmo tagliente, citazioni avant-pop, schegge infuocate di vita reale, pezzi storti il giusto e intrecci vocali tra Tony T. e dj Donut son gli ingredienti perfettamente incastrati fra le trame di ottimi quadretti di pop naif come “Mivar” o “Free Chupito In Regomir”. Splendide malinconie moderne “Asintoti”, “Mandarini” e “Editing”, pezzo migliore del lotto in quanto pienamente rappresentativo della “politica” artistica proposta dal gruppo di Claudio Colomita. Tristemente specchio della vita lavorativa anni Zero “Cosa Fai” e la sua reprise, “Barcode” condivide sonorità dark e veemenze punk, mentre “Edmundo” - ispirata a “La Guerra Della Fine Del Mondo” di Mario Vargas Llosa - vede Daniele Carretti (Offlaga Disco Pax) speciale guest star al pianoforte. Mezza stella in più per un disco che conferma ancora una volta come il 2008 sia stata un’annata positiva per la musica italiana.


IL POPOLO DEL BLUES – Michele Manzotti

Italian suburban songrwritingLa parola in francese significa folle. Non sappiamo se è questo il motivo per cui il gruppo si è chiamato così. Fou è comunque un progetto nato nel 2004 nella periferia milanese a cura di (usiamo i nomi d'arte) Tony T, cantante e polistrumentista, e Marvin Dorfler che partecipa in alcune tracce del Cd ma che non fa parte più a pieno titolo della formazione. Facile pensare che Tony T sia l'autore dei brani, ovvero Claudio Calamita. Il quale, con i suoi colleghi, ha registrato un album che al primo ascolto può lasciare disorientati. Forse perché i Fou amano mettere tutto in un calderone, pop, rock, punk con il denominatore comune di testi italiani volutamente sgrammaticati (ad esempio guanxi ad esempio invece di guanti). Ma ci sono dei forti elementi di interesse come la voce femminile di Donut che spesso e volentieri canta in unisono con quella dei Toni T tanto che brani come Ultimo Kebab, Free Chupiti in Regomir, ricordano i Baustelle con tanta cattiveria in più, mentre Barcode è un bel brano punk. Mivar, Mandarini e soprattutto la finale e rassicurante Edmundo dimostrano invece una buona attitudine per la melodia. Complimenti intanto per l'originalità che non è poco. Un gruppo da tenere d'occhio, anzi d'orecchio.
ROCKOL
gli ottimi riscontri dell’EP “lnostricostosiobbifeticisti”, i Fou giungono alla pubblicazione del loro primo album. “Procurarsi guanxi” è un disco nel quale la band milanese racconta la propria città, la provincia e le sue sfumature, attraverso l’incontro tra la canzone italiana, il pop e l’indie-rock. Riferimenti: Baustelle e Bluvertigo. Da segnalare la partecipazione di Daniele Carretti degli Offlaga Disco Pax al pianoforte in “Edmundo”.



L’ISOLA CHE NON C’ERA – LUCA BARACHETTI
Una voce maschile ed una femminile, l’impronta indie-rock anni novanta con qualche synth a scontornare i watt delle chitarre, il gusto per le liriche citazioniste e (finto?)-intellettuali, a volte anche autoironiche. Paragonare i Fou di Procurarsi guanxi ai primi Baustelle è cosa da un attimo, ma del tutto diverso è il contesto in cui nascono le canzoni di Tony T. e compagnia rispetto a quelle della band di Montepulciano. Non nelle stanze buie di un qualche riformatorio di provincia e neanche in una discoteca accasata sulle stelle in cui rifugiarsi e riprendere a ballare canzoni fuori moda. Ma nella Milano universitaria del duemilaotto, tra quartieri cinesi, happy hour non troppo felici a causa di rapporti umani ridotti a grado zero – vedasi il titolo: il “guanxi” altro non è che il clientelismo alla cinese – e «kebab nel quartiere Isola pagato con i Ticket Restaurant» (Ultimo kebab). Contesti dove i Fou ambientano i loro bozzetti elettrici, trascinati – è proprio il caso di dirlo – dalle voci indolenti e indolenzite dei due cantanti. Verificarli dal vivo sarà la prima cosa che faremo dopo aver chiuso la recensione di questo disco, basato su una manciata di (buone) canzoni già sentite in un demo-ep non in commercio circolato l’anno scorso – da cui però non è stata presa la migliore di quel lotto: “Tracce” – e su sei brani del tutto inediti che confermano lo spessore del gruppo. Spessore che nel prossimo disco andrà ricalibrato su distanze maggiori dai mentori toscani, ma che per ora ci lascia abbastanza soddisfatti all’ascolto dell’accattivante e robusta Estinzione di un magnete, dell’inno d’amore catodico Mivar e soprattutto di una Editing che coglie stralci di vero lirismo in un testo taglia-incolla tipo “Tungsteno” degli Scisma. Daniele Carretti degli Offlaga Disco Pax al pianoforte in Edmundo.

LIVECITY – FEDERICO ARMENI
I Fou: ingenui per scelta. Arrivano dal vivo il 15 a Milano per lanciare con la Novunque la loro opera Indie Rock “Procurarsi Guanxi”.
I Fou a “La Casa” di Milano.
E’ giunto il momento per i Fou di confermare quanto si dice in giro.
Cosa si dice in giro? Che sono bravi, un po’ naif forse, ma con un’attenzione per le liriche davvero pungente e un sound a volte sporco ma arricchito da tutte le loro influenze ed esperienze musicali

Dopo l’attenzione che hanno ricevuto dalla critica (Rolling Stone, Blow Up, Rockit, Rocklab etc.) con il loro Ep “INOSTRICOSTOSIOBBIFETICISTI” uscito nel 2007, i Fou si apprestano a presentare dal vivo e in anteprima il loro album d’esordio che verrà pubblicato il 17 ottobre per Novunque.
PROCURARSI GUANXI”, questo il temerario titolo del loro disco, contiene dodici perfetti esempi di come l’indie pop sia tutto e niente. Elettronica, megafoni, voci che si rincorrono, arrangiamenti a volte punk, a volte anni Settanta, spesso e volentieri rock e basta. Pianoforte e strumenti giocattolo, testi ispirati e non, passaggi non capibili forse al primo ascolto, ma che creano una curiosità e un’attenzione da parte del pubblico difficile da trovarsi.
Tutto questo - interpretato e messo in scena con cura da sei elementi che non hanno bisogno di presentazioni - lo troverete il 15 ottobre sopra e sotto il palco de La Casa 139 (via Ripamonti, 139 – Milano).

DICONO DI PROCURARSI GUANXI:

“Il loro primo album mostra una band con un grande amore per la canzone italiana riletta attraverso i paradigmi dell’indie rock… fotografano con egual amore e cinismo la realtà che passa davanti ai loro occhi, riuscendo a scrivere canzoni che guardano tanto alla ricerca di un suono personale quanto a quella di una forma pop accattivante” – ROLLING STONE

“Il sestetto milanese ha registrato all’Alpha Dept, con Francesco Donadello, un album colto ed impeccabile, pieno di gusto per le liriche e per gli arrangiamenti, fragrante d’ironia e accattivante dai primissimi ascolti: ovvero ciò che qualifica il concetto di popular applicato alla forma linguistica nazionale. Detto in rubrica mesi fà della bontà di Mandarini, Estinzione di un magnete, Ultimo kebab (nel quartiere lsola), Donut e gli altri si superano nel fornire ulteriori quadri di una Milano così comune e altrettanto parziale. (…) Un esordio di poca parvenza e molta sostanza solido e sbarazzino in grado di accaparrare ai suoi artefici tutte le relazioni guanxi anche nell’ardua Chinatown di via Paolo Sarpi” –
BLOW UP

Ingenui per scelta, i Fou hanno dentro le note e lo spirito dell’Indie Rock più giovane e della musica italiana. Sin da subito, il cantato che vede l’intreccio tra voce e femminile e maschile ci portano al Sound dei Baustelle, da poterne respirare - non è detto volutamente - direttamente l’odore e il sapore. Questo disco piacerà ai giovanissimi e a coloro che non vogliono smettere di ricordare gli anni post liceali, dell’università, dei primi veri amori e dei piccoli grandi sogni di un’età di passaggio cruciale dallo status di “ragazzo” a quello di “adulto”. Per ricordarci, musicalmente e testualmente, che si diventa vecchi quando si smette di giocare…

LOSINGTODAY – MARCELLO BERLICH

Primo lavoro sulla lunga distanza per i milanesi Fou, che si erano già fatti notare con l'EP uscito lo scorso anno. Un sestetto, anche se sarebbe forse più adatto il termine 'collettivo', visto che sono nove gli elementi che si alternano dietro a una strumentazione ibrida nella quale si affiancano strumenti tradizionali e giocattolo, pianoforte e campionamenti, voci naturali e filtrate.Ibrida, come la cifra di fondo del disco, che mescola l'indie pop-rock più canonico con le sue derivazioni più sbilenche, amalgamando tutto ciò con la tradizione cantautorale italiana, e ponendosi così a un ideale crocevia tra Baustelle, Perturbazione e Marta Sui Tubi.Ne escono dodici tracce all'insegna di un continuo ondeggiare, mai ferme sulle stesse posizioni, sempre pronte a prendere deviazioni repentine, rumorismi improvvisi, accelerazioni di ritmo, scoppi di aggressività, alternati a momenti calmi e ritmi addolciti, in un alternanza che trova efficace espressione nell'attitudine del cantato a due voci, all'insegna di una vena quasi teatrale.Tra suggestioni urbane e momenti intimisti, fino a parentesi del tutto improntate al nonsense, tra i televisori Mivar e lo squaqquerone, fino al kebab, i Fou assemblano un disco cangiante, variegato, che dona ad ogni ascolto il piacere della scoperta del dettaglio prima trascurato, nel lavoro di una band dalle grandi potenzialità, probabilmente ancora in parte inespresse

IL SECOLO XIX
Piccole band crescono...il nostro rock è in salute - di Fabrizio Basso

Si chiamano Sonohra, Lost, dARI, Fou, No Conventional Sound, Melody Fall e sono l'avamposto del nuovo rock italiano. Che gode di buona salute e ci fa divertire.band crescono. Il rock italiano sta benone. Dopo i Finley ecco Sonohra, Lost, dARI, Melody Fall, No Conventional Sound e Fou. I Sonohra, ovvero i fratelli veronesi Luca e Diego Fainello dopo anni trascorsi a suonare in provincia vincono Sanremo 2008 categoria nuove proposte e decollano: “Dopo il Festival è stato un susseguirsi di sorprese. Ai TRL Awards abbiamo vinto nella categoria Best New Artist. Abbiamo avuto la nomination per gli European Music Awards. Ma soprattutto abbiamo il disco in classifica da quasi un anno”. La loro ricca stagione di musica dal vivo è raccontata in Sweet Home Verona un disco più dvd registrato al Teatro Romano di Verona. Le canzoni che hanno fatto conoscere e amare i Sonohra vengono eseguite in chiave acustica: Liberi da sempre, L'amore e Love Show diventano piccoli gioielli unplugged. I loro concerti prevedono cover di Dire Straits, BB King, Abba e Robert Johnson.Veneti, ma ma di Vicenza, i Lost. Che hanno appena perso il chitarrista Giulio Dalla Stella che ha lasciato il gruppo perché ha preferito l’università alla musica. Andranno avanti in quattro: il cantante Walter Fontana, il chitarrista Roberto Visentin, il batterista Filippo Spezzapria e il bassista Luca Donazzan. Esplosi in rete, sono stati adottati da Mtv che ha griffato il disco più dvd Lost Live&Mtv.it. E’ la prima produzione targata mtv.it, la community di Mtv Italia. Oltre a successi quali Oggi, Tra pioggia e Nuvole e Standby, Il Silenzio ci sono le cover in versione rock di Sexy Back di Justin Timberlake e Everybody dei Backstreet Boys. La vera chicca sono gli extra: tutte le apparizioni dei Lost nei programmi di Mtv, una galleria fotografica, alcuni video e una intervista al gruppo.A Milano è stata la stagione dei Fou: il loro obiettivo, condensato nell’album Procurarsi Guanxi è dimostrare come l’indie pop sia tutto e niente: elettronica, megafoni, voci che si rincorrono, arrangiamenti a volte punk, altre anni ’70 altre rock e basta. Pianoforte e strumenti giocattolo, testi ispirati e non, passaggi non capibili forse al primo ascolto perché in un italiano libero, sgrammaticato, licenzioso. I Fou hanno la voce di Donut: per lei suonano Giugi, Morandi, dEbE, Giulio e Tony Tagliucci.Dalla Valle d’Aosta arrivano I dARI. Nascono nel 2004 ma esplodono tra il 2007 e il 2008 quando il loro brano Wale (Tanto Wale) compare su YouTube e diventa un cult tra i ragazzini. La musica di Fabio Cuffari, Dario Pirovano, Andrea Cadioli e Daniel Fasano è una via di mezzo tra l’emotronik e il glam punk. Anche nel look sono radicati negli anni Ottanta, tra j-pop e glam. Il 12 settembre scorso è uscito “Sottovuoto generazionale”, loro primo album, con testi veloci ma spietati che raccontano una quotidianità infarcita di delusioni e un universo privo di punti di riferimento.Siamo a Torino. La città sabauda ha creato i Melody Fall: oltre duemila persone hanno seguito i loro concerti in Giappone e il MySpace veleggia oltre i 600mila contatti. Neanche 83 anni in quattro, Fabrizio Panebarco, Pier Andrea Palumbo, Marco Ferro e Davide Pica fanno una musica che alcuni definiscono rock, altri pop o ancora pop-punk, emo, emocore e screamo. Il loro album, ricorda il pop-punk californiano e ha per titolo il loro stesso nome. Vengono paragonati a Blink 182, Vanilla Sky e Simple Plan. I Melody Fall nascono nel 2003 in un liceo torinese iniziano a suonare e non si fermano: il salto di popolarità arriva all’ultimo Festival di Sanremo col brano Ascoltami.Hanno aperto il concerto di Vasco Rossi all’ultimo Heineken Jammin Festival e poi quello dei Deep Purple. Pure loro vengono da Torino. I No Conventional Sound sono usciti a fine ottobre con Stare a Galla, primo album che arriva dopo un periodo di intensa attività dal vivo ed è preceduto dal singolo Va tutto bene. Si chiamano Brasko, Kris, Panda, Cava, Basi e Swa e suonano un rock puro, aggressivo e particolarmente energico. Insomma un fermento bello e positivo, giusto per smentire chi vuole il rock nostrano in letargo.




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